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John Banville, Dove è sempre notte - 2007
Traduzione di Marcella Dallatorre
Capita di cercare un libro di Ian McEwan e che l’occhio cada sul ripiano di sopra, occupato dagli scrittori irlandesi. Capita di chiedersi (non me ne vogliate) Chi è ‘sto John Banville?, di essere attratti dalla copertina e di voler andare oltre la prima pagina.
Da un pezzo non scrivevo di letture, da un pezzo non avevo letto qualcosa di così appassionante.
Dove è sempre notte è un romanzo noir in tre parti, ambientato prima in Irlanda, poi a metà fra Irlanda e Boston, e infine solo a Boston, negli anni Cinquanta.
Quirke, il protagonista, è un anatomopatologo che da vent’anni, da quando è rimasto vedovo, ha la sola compagnia dei morti che disseziona, dell’alcol e delle sigarette. Una sera, non proprio sobrio, trova nel suo studio il cognato – Mal, neonatologo – che sta compilando, falsificandola, la cartella clinica di una giovane donna deceduta.
A poco a poco il quadro si fa chiaro nei dettagli, nelle psicologie e negli eventi: Quirke e Mal (fratellastri perché Quirke, orfano, è stato adottato dalla facoltosa famiglia di Mal) hanno sposato due sorelle; di là dall’oceano c’è una strana storia di bambini adottati, di ordini ecclesiastici, di cattolicesimo che si intreccia con le sette. In Irlanda, testimoni massacrate, indagini insabbiate, picchiatori su commissione e fiumi di whisky. Da entrambi i lati dell’oceano ci sono donne che vogliono emanciparsi, poteri che orientano e condizionano le vite, approfittatori, voglia di rivalsa. Nessuno è pulito, tutti hanno segreti.
Il grande pregio di questo romanzo è che nonostante lasci trasparire da subito la trama e i possibili sviluppi, riesce sempre a sorprendere nell’avvicendarsi dei fatti e quando ci svela i segreti. Le numerose sigarette di Quirke e quelle delle tante donne emancipate che abitano questa storia, creano un’ambientazione fumosa non solo in senso metaforico: in un curioso ribaltamento narrativo, man mano si procede nella lettura e ogni pezzo viene collocato, anziché avere la sensazione di raggiungere la chiarezza, si matura la consapevolezza che la logica dei fatti contrasta quella delle motivazioni. Mentre ci si chiarisce il COME, ci è meno chiaro il PERCHÉ, quello più profondo. Ed è sempre più tangibile la sensazione di essere intorpiditi dall’alcol e alla fine, quando gli occhi intravedono oltre la cortina di fumo l’ultima frase, si ha la bocca amara e impastata, come dopo una sbronza.
di arancioeblu, domenica, 15 novembre 2009 alle 18:15
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in: libri, io
Ancora a proposito di traduttori
Qui ho scritto della mia sconfinata ammirazione per i traduttori.
Leggetevi come ne parla Pennac, non saprei scegliere parole migliori.
di arancioeblu, lunedì, 28 settembre 2009 alle 08:45
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in: libri, attualità , io
Carlo Lucarelli, L’estate torbida – 1991

Il secondo episodio della trilogia del commissario De Luca è ambientata nel ’45 in provincia di Ravenna. Ci viene detto che De Luca, sotto falso nome, viene da Bologna e sta andando a Roma per lavoro, ma forse è solo la copertura di un uomo inserito nelle liste del CLN, che scappa dalla giustizia o forse da se stesso.
La guerra è finita, ma in giro si vede sempre la stessa gente di prima e qui e a Roma ci sono ancora le stesse facce da culo o da prete. C’è chi parla di normalizzazione, chi pensa che le cose cambieranno, ma con il sistema giusto, chi è convinto che il sistema giusto sia quello che tiene attaccato in vita, dentro una fondina.
De Luca indaga su un omicidio (una storia di gioielli rubati, di arricchimenti veloci e di segreti), perché ricattato dal brigadiere Leonardi, che identifica in lui il più brillante investigatore della polizia italiana, quello che per tutti era un mito, conosciuto nel corso per agenti a Genova, quello ricercato dal CLN. Leonardi ritiene però preferibile dire che quello sconosciuto è un ingegnere in viaggio di lavoro, e sfruttarne le capacità investigative, l’intuito, la conoscenza delle procedure, per imparare un po’ di quel lavoro che ha sempre sognato di fare per avere qualche carta da giocarsi nel futuro che si sta delineando.
Leonardi è il classico personaggio che prova a trarre il massimo beneficio dalle situazioni, senza infastidire nessuno, senza toccare i poteri forti, cha annaspa quando costretto a scegliere davanti a un bivio; poi c’è un insieme di personaggi minori, tipici di una certa rappresentazione caricaturale e a tratti parossistica (quello che ammazza i maiali, il barbiere a cui non sfugge niente di quello che accade in paese, quello che non c’era, non ha visto e non sa). E poi c’è il mito Learco Padovani detto Carnera, uno che ha fatto cose incredibili durante la guerra e ha ammazzato più tedeschi lui della Quinta americana, uno che tutti temono e che nessuno vuole inimicarsi. È il personaggio forte contro il quale si scontra De Luca, in un duello fra bicchieri di vino, chiacchiere da osteria, uomini che tornano dal fronte russo e voglia di ricominciare.
C’è un solo personaggio femminile: è Francesca, ufficialmente la donna di Carnera, detta la Tedeschina perché le piacevano troppo i crucchi. Lui le ha fatto tagliare i capelli alla maschio dopo che è stata con un tedesco e le ha imposto un fazzoletto in testa. Fazzoletto che, ostinatamente e ostentatamente, lei rifiuta di indossare. È una ragazza giovane, forse bella, ma con la durezza negli occhi di chi spennando la gallina che appena sgozzato dice Io ho visto polli e uomini morti e non mi fa impressione niente. È una che fa quello che le pare e che nessuno comanda, neanche Carnera. E se può fare qualcosa per ingelosirlo è ben felice di fargli rabbia.
In quell'estate torbida piena di umanità finalmente liberata dalla guerra, che vive di espedienti e di soluzioni rimediate parteggiando ora per l’uno ora per l’altro, a seconda di chi sembra possa garantire un futuro, Francesca è l’unica persona pulita, sincera, coraggiosa, capace di sentimenti schietti. L’unica davvero libera.
di arancioeblu, sabato, 22 agosto 2009 alle 18:30
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in: libri
Carlo Lucarelli, L’isola dell’angelo caduto – 1999
In un'isola senza nome, colonia penale durante il ventennio, viene ritrovato il cadavere di un fascista. Quello che sbrigativamente Mazzarino (comandante della Milizia locale) etichetta come suicidio, o caduta accidentale da una rupe, appare al Commissario come un probabile omicidio. Il romanzo si gioca tutto sul duello psicologico e d’azione dei due protagonisti, ambientato in un’isola senza tempo abitata da confinati, relitti umani, spioni, libertini, servette selvatiche e personaggi dalla dubbia moralità.
Se siete mai stati in una piccola isola, avrete avvertito quella strana sensazione di, appunto, isolamento spazio-temporale, che si prova quando l’ultimo traghetto della giornata molla gli ormeggi. È come se da quel momento la nostra vita rimanesse sospesa in quel mare che mollemente sostiene l’isola, come se il tempo si fermasse.
Mi ha stupito come Lucarelli, che dà di sé in editoria e in televisione un’immagine molto scura e misteriosa, azzardi qui descrizioni in technicolor Se qualcuno avesse dovuto dipingere la Cajenna in quel momento, col sole così basso sul mare, avrebbe usato colori a olio per ottenere una pasta lucida e spessa allo stesso tempo, e poi via con i blu, i viola, le strie biancastre lasciate sulla tela dalla pressione del pennello, il giallo che si mescola al rosso in schegge di luce insanguinata.
Un altro bel passaggio è la descrizione del comandante delle milizie Mazzarino: animalesco, con la mascella sporgente in avanti, che grugnisce mezze parole sibilandole fra i denti, il naso schiacciato sulle labbra con le narici larghe come i cinghiali, tarchiato, irsuto e nero come loro. È molto forte il contrasto fra questo Mazzarino e il segretario personale del Cardinale Richelieu, e poi suo successore alla corte di Francia. Due modi diversi di raggiungere e amministrare il potere, entrambi oppostamente terribili e temibili.
Si trovano altri aspetti legati alla sensorialità quando il commissario si accorge che la moglie dell’inglese è molto più che una donna lunga, slavata e magra, dal volto affilato e dal naso ricurvo, la bocca grande e i capelli arruffati, o quando descrive la servetta Martina più che alta e magra era lunga e ossuta e aveva l’aspetto selvatico e disarmonico di una ragazzina di campagna nell’età dello sviluppo.
Ho trovato qualcosa di me ragazzina in questa servetta lunga, ossuta e disarmonica; moltissimo nella descrizione dei venti che stavo ad ascoltare nel porticciolo di quel paesino sul lago di Garda dove ho abitato, ogni vento un suono diverso.
Nel corso della storia si susseguono vicende personali, omicidi, analisi necroscopiche, un po’ di politica e come in una maledizione alla fine i ruoli si invertiranno, con chi vorrebbe partire costretto a rimanere.
Curiosamente c’è anche il ritrovamento di un fagotto dal contenuto equivoco, che rimanda in modo chiarissimo all’episodio del pegno d’amore lasciato alla fanciulla ‘selvatica’ da un monaco ne Il nome della rosa; come mi era già capitato leggendo Guernica, anche qui ho sentito l’eco di Eco.
di arancioeblu, domenica, 16 agosto 2009 alle 13:26
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in: natura, libri, luoghi, io
Carlo Lucarelli, Almost Blue – 1997
Romanzo “sensoriale” che narra la storia di Simone, un ragazzo cieco, che ascolta con uno scanner i dialoghi della notte, intercettando voci da telefonini, radioamatoriali e chat. E lui che non vede, assegna un colore alle voci, per assonanza. L’azzurro, per esempio, con quella zeta in mezzo è il colore dello zucchero, delle zebre e delle zanzare. I vasi, i viali e le volpi sono viola e giallo è il colore acuto di uno strillo. Ma non è solo una questione di assonanza. Ci sono colori che per Simone significano qualcosa per l’idea che contengono. La erre raschiante del verde, che gratta e che prude fa del verde il colore del male, mentre tutti i colori che iniziano con la B sono belli. Il blu è bellissimo.
Poi c’è un pazzo, che fa della reincarnazione il suo motivo di vita, e che la persegue uccidendo e impossessandosi delle sembianze delle sue vittime, con una macabra ritualità da sacerdote. Indossa sempre un paio di cuffie con cui prova ad assordare le proprie orecchie, tormentate dalle campane dell’inferno che sente sempre dentro di sé.
E infine c’è Grazia, che conduce l’indagine.
Tutto è truce, truculento e sanguinolento, talmente grottesco che per tutta la durata della storia Grazie ha le mestruazioni. Per dire.
Simone intercetta la voce del killer, si mette in contatto con Grazia e diventa fulcro dell’indagine, essendo l’unico in grado di individuarlo se solo potesse essere presente mentre lui parla. Simone riconosce l’iguana e l’iguana vede in quegli occhi spenti la sua nuova vittima: Perché mi sta guardando quello? Perché mi fissa?(…) Mi guarda. Mi guarda strano. Con il mento alzato e la testa un po’ piegata da una parte, come se non fissasse proprio me, ma verso me. Attraverso me. Dentro.
Ben congegnato, è un romanzo, appunto, “sensoriale” in cui gli occhi sono lo strumento più banale per entrare nella storia. Leggendolo si avverte che i sensi si potenziano, come quando si è al buio e si spalancano gli occhi, come se questo potesse aumentare le capacità di percezione degli oggetti, o come quando si avverte un rumore flebile e si ruota l’orecchio in quella direzione, o come quando si entra in un mercato e si avvertono odori e profumi nuovi.
Infine, a chi mi chiederà come sia vivere a Bologna, risponderò di leggere questi stralci: La città non è quello che sembra. Lei dice piccola perché pensa a quello che sta dentro le mura, che è poco più di un paese, ma questa città lei non la conosce, ispettore, lei non la conosce proprio. Questa che lei chiama Bologna è una cosa grande, che va da Parma fino a Cattolica, un pezzo di regione spiaccicato lungo la via Emilia, dove davvero la gente vive a Modena, lavora a Bologna e la sera va a ballare a Rimini.(…) Questa città non è soltanto grande, è anche complicata. E contraddittoria. Se la guardi così, camminandoci dentro, Bologna sembra tutta portici e piazze ma se ci vai sopra con un elicottero è verde come una foresta con i cortili interni delle case, che da fuori non si vedono. E se ci vai sotto con una barca è piena d’acqua e di canali che sembra Venezia. Freddo polare d’inverno e caldo tropicale d’estate. Comune rosso e cooperative miliardarie. Quattro mafie diverse che invece di spararsi addosso riciclano i soldi della droga di tutta Italia. Tortellini e satanisti. Questa città non è quello che sembra, ispettore, questa città ha sempre una metà nascosta.
di arancioeblu, martedì, 11 agosto 2009 alle 17:18
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in: libri, luoghi, io
Carlo Lucarelli, Carta bianca – 1990

Carta bianca è la frase che per la polizia significa indagare su un caso in tutte le direzioni e con i mezzi che si ritengono più opportuni.
Lucarelli ci lascia pensare che il commissario De Luca abbia già fatto ampio uso di questa formula quando era Comandante della Polizia Politica, durante il Ventennio. Poi, per motivi che non ci vengono spiegati, la lascia per passare sotto le dipendenze dirette del Questore.
Siamo nel ’44 e De Luca indaga sull’omicidio di Vittorio Rehinard, trentino dalle amicizie altolocate, tombeur de femmes, trafficante di morfina.
È il periodo in cui tutti pensano già al “dopo” e si chiedono con chi sia più opportuno stare: con i fascisti, con i partigiani, con gli alleati.
L’unico che sembra non avere dubbi sulla condotta da tenere è De Luca, che porta avanti le sue indagini in modo onesto, con fare solo apparentemente accondiscendente, ma volto invece a scovare la verità, anche se questa va cercata nell’intimità delle persone, dentro il Clero, fra uomini protetti dal Duce e scomodando gli ex compagni di lavoro.
La storia è immersa in un’atmosfera da ultimo giorno di scuola, con la fretta del questore di concludere il caso, sbattendo sulla prima pagina di giornali compiacenti le gesta di una polizia quanto mai efficiente, anche quando, annusando la disfatta, tutti, anche chi dissimula, stanno chiudendo le valigie e hanno in tasca un biglietto di sola andata.
Fra quelli letti finora questo è il romanzo di Lucarelli che ho preferito. Se avete presente quelli che hanno per protagonista Coliandro, non troverete quasi nessuna somiglianza fra lui e De Luca: De Luca è deciso, riconosce i limiti che gli vengono imposti, e tendenzialmente non li supera (Coliandro lo fa sistematicamente), ha intuizione brillanti e non casuali (raramente quelle di Coliandro sono davvero solo sue), sa amare le donne con passione, senza temerle e senza disprezzarle. A parte l’insonnia (elemento ricorrente nella produzione lucarelliana) direi che nulla accomuna Coliandro e De Luca
di arancioeblu, venerdì, 31 luglio 2009 alle 16:27
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in: libri, io
Piergiorgio Odifreddi, In principio era Darwin – 2009
Rapida quanto organica analisi de La vita, il pensiero, il dibattito sull’evoluzionismo, cose già presentate da Odifreddi al Festival della Mente di Sarzana e riproposte recentemente su radiodue (le puntate si possono scaricare qui). Ma Odifreddi è onesto, lo dice nel prologo, quindi è perdonato.
Per chi conosce già la materia è una specie di 'bigino' con battute sagaci (che qualche credente sicuramente riterrà offensive, grandiosa quella che ha per oggetto E.coli, i nostri intestini e il buon Dio) in conclusione dei capitoli e con una bibliografia essenziale.
Per chi vuole avvicinarsi è uno strumento valido.
di arancioeblu, lunedì, 27 luglio 2009 alle 11:52
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in: natura, libri, attualità , io
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