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Miserabili, io e Margaret Thatcher

In diretta televisiva su La7 il 9 novembre 2009 ore 21.30
Porto di Taranto

http://www.marcopaolini.info/index.html

di arancioeblu, venerdì, 06 novembre 2009 alle 13:38 | link | commenti (1)
in: arte, attualità, io

Portici, biciclette e incomprensioni

 

Antefatto: una città che si fregia di avere 43 chilometri di portici medievali. Si fregia così tanto che spera che l’UNESCO definisca il suo centro storico “Patrimonio dell’umanità”.

 

Il primo sito italiano (dei 44) nominato patrimonio dell’umanita dall’UNESCO è quello delle Incisioni rupestri della Valcamonica, Brescia (1979), l’ultimo le Dolomiti (2009).

In mezzo la Chiesa e il Convento domenicano di Santa Maria delle Grazie con L'ultima cena di Leonardo da Vinci, Milano (1980), il Centro storico di Roma, le proprietà extraterritoriali della Santa Sede nella città e la Basilica di San Paolo fuori le mura (1980 -1990), il Centro storico di Firenze (1982), Venezia e la sua Laguna (1987), Piazza del Duomo di Pisa (1987), il Centro storico di San Gimignano (1990), i Sassi di Matera (1993), la Città di Vicenza e le Ville palladiane del Veneto (1994 - 1996), il Centro storico di Siena (1995), il Centro storico di Napoli (1995), Crespi d'Adda (1995), Ferrara città del Rinascimento e delta del Po con le delizie estensi (1995 - 1999), Castel del Monte (1996), i Trulli di Alberobello (1996), i Monumenti paleocristiani di Ravenna (1996), il Centro storico della città di Pienza (1996), Palazzo Reale del XVIII secolo di Caserta, con il Parco, l'Acquedotto Carolino e il complesso di San Leucio (1997), le Residenze sabaude di Torino e dintorni (1997), l’Orto botanico di Padova (1997), Duomo, Torre Civica e Piazza Grande di Modena (1997), le Aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata (1997), Villa romana del Casale, presso Piazza Armerina (1997), Su Nuraxi di Barumini (1997), Portovenere, le Cinque Terre e le isole di Palmaria, Tino e Tinetto (1997), la Costiera amalfitana (1997), il Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento (1997), l’Area archeologica e Basilica patriarcale di Aquileia (1997), Centro storico di Urbino (1998), il Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano con il sito archeologico di Paestum e Velia, Roscigno Vecchia e la Certosa di Padula (1998), Villa Adriana a Tivoli (1998), la Città di Verona (2000), le Isole Eolie (2000), Assisi, la Basilica di San Francesco e altri siti francescani (2000), Villa d'Este a Tivoli (2001), le Città tardo barocche della Val di Noto (Sicilia sud-orientale) (2002), i Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia (2003), le Necropoli etrusche di Cerveteri e Tarquinia (2004), la Val d'Orcia (Siena) (2004), la Città di Siracusa e la necropoli di Pantalica (2005), Le Strade Nuove e i Palazzi dei Rolli di Genova (2006), Mantova e Sabbioneta (2008), la Ferrovia retica nel paesaggio dell'Albula e del Bernina (2008).

 

via santo stefano bologna La Giunta della stessa città vuole renderla più vivibile e più fruibile, facilitare il traffico leggero diminuire il numero di ciclisti feriti in incidente stradale. Piste ciclabili? No, quella è roba vecchia. L’idea geniale è quella di permettere alle biciclette di girare sotto i portici.

Bella trovata.

L’idea ha avuto un effetto detonante: lettere ai giornali, proteste trasversali, strilli e strepiti come nella migliore tradizione delle città provinciali (e mi dispiace ma questa città lo è), l’opposizione minaccia un referendum, nessuno che chiede chiarimenti sul merito.

Oggi la cosa è finita in prima pagina nazionale del Corriere della Sera.

Qualche portavoce della Giunta si affretta a precisare che la cosa è solo un’idea (?), che si tratterebbe di pochi metri (??) sotto qualche portico (???), per collegare alcune piste ciclabili (????) per evitare ai ciclisti di passare sulla strada (?????). E a proprio sostegno anche qualche dato: l’anno scoro 191 ciclisti feriti in incidente, quest’anno già 132.

Insomma, si è stati male interpretati.

 

Si è stati male interpretati?

Questi sono uguali (o si ispirano) a quelli dai quali dicono di essere diversi.

Il modus è questo: ho un’idea (vaga) ma non so come verrà presa. La butto lì e vedo cosa succede.

L’idea ha successo: la cavalco.

L’idea raccoglie più critiche che consensi: dico che sono stato male interpretato.

Silvio docet.

 

p.s. volendo proprio farsi belli con i numeri consiglio questa strada: il dato in sé non dà nessuna informazione. Si prendano allora quelli relativi ai ciclisti feriti nell’ultimo quinquennio in città come Ferrara, Parma o Modena. O, se si vuole competere con città non provinciali, come Monaco di Baviera o Berlino. Si metta in relazione il numero di feriti col numero di abitanti e con i km di piste ciclabili. E poi, se è il caso, ne riparliamo.

 

Certa di essermi fatta molti amici, torno a lavorare.
di arancioeblu, venerdì, 02 ottobre 2009 alle 16:05 | link | commenti (1)
in: arte, luoghi, attualità, io

Linee aggrovigliate e caos

 

Il primo ricordo nitido di una galleria d’arte moderna risale all’estate fra la prima e la seconda superiore: mia sorella studiava a Venezia, con un’amica andai a trovarla e ci fermammo una settimana. Visitammo la collezione Peggy Guggenheim e se rovisto nella memoria credo mi piacquero quasi solo le opere di Piet Mondrian, le più vicine alla mia idea di ordine, proporzioni ed equilibrio. Qualche decina d’anni dopo, Mondrian continua a piacermi, ma la sua tela esposta al MoMA che mi ha più colpito, in una sala con altre 14 opere, un vero sballo, è questo che in qualche modo sovverte l’ordine.

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Quella sfortunata visita veneziana mi mise dentro un tarlo, una sensazione di incompiutezza, un buco da riempire e molte cose da capire. E un po’ alla volta ho cominciato a visitare anche quelle mostre dalle quali sarei uscita senza aver capito niente, ma proprio niente, perché bisogna anche darsi l'opportunità di indebolirci nelle nostre certezze. E un po’ alla volta quelle opere, delle quali ho continuato a capire poco, ho cominciato ad apprezzarle, fino a preferirne molte a quelle davanti alle quali m’incantavo vent’anni prima.

Oggi uno dei miei pittori preferiti è Jackson Pollock, di cui riporto la macro di White Light, che sull’onda della vacanza a NY sarà per un po’ il mio sfondo del desktop (la macro, ovviamente, non la tela…)

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Ieri sera abbiamo recuperato Pollock il film di e con Ed Harris, bruttino per la verità, ma mi ha folgorato una frase con cui il pittore ribatte all’affermazione di una giornalista (riporta l’opinione secondo la quale i suoi quadri sono solo pittura primordiale, linee aggrovigliate e caos). Pollock risponde: Se la gente lasciasse a casa i preconcetti non credo faticherebbe ad apprezzare le mie opere. È  come guardare un prato fiorito non ci si strappa i capelli per capire che significa.

ny 101
Jackson Pollock
One: Number31, 1950

di arancioeblu, domenica, 20 settembre 2009 alle 12:12 | link | commenti (4)
in: arte

Il secondo morso

 Il secondo morso l'ho dato al MoMA. Che non e' che si possa dire "museo", perche' in realta' e' una specie di catalogo con tutti i best of che ti si materializzano davanti agli occhi. Come questa scultura di Giacometti, che e' nell'ingresso: "come uno che si gioca l'asso di briscola alla prima mano", mi e' venuto da pensare, perche' non sapevo che dentro avrei trovato Pollock, Miro, Cezanne, Magritte, Chagall, Braque, Magritte, Picasso, Mondrian, De Chirico, Balla, Bracusi, Boccioni, Klee, Rothko, citando a memoria.

Grazie a chi mi ha detto "Anche se avrai poco tempo, se ti piace l'arte moderna vediti almeno il MoMA"

di arancioeblu, martedì, 08 settembre 2009 alle 05:34 | link | commenti (5)
in: arte, luoghi, io , belli punto e basta

Pensieri d'arte

 

Mentre la Cappella Sistina mi toglieva il fiato, ho avuto comunque tempo di chiedermi quanti CO.CO.CO. avesse Michelangelo.

di arancioeblu, mercoledì, 12 agosto 2009 alle 10:34 | link | commenti
in: arte, io

Il mestiere di riflettere - Storie di traduttori e traduzioni

a cura di Chiara Manfrinato, Azimut 2008

 

(Chiara, mettiti seduta…)

 

Quando dico che mi piacciono Pennac e McEwan e Yehoshua, sarebbe più corretto dire che mi piace come Yasmina Melaouah e Susanna Basso traducono Pennac e McEwan. E sicuramente se Viaggio alla fine del millennio, Il responsabile delle risorse umane, L’amante e Il Signor Mani, che sto leggendo ora, mi coinvolgono in modi diversi, me ne innamoro, mi annoiano, ne copio stralci, mi restituiscono profumi e atmosfere, ho il ragionevole dubbio che non solo la mano di Yehoshua cambi, ma anche che quelle di Alessandra Shomroni, Arno Baehr, Gaio Sciloni abbiano la loro parte di responsabilità.

Eppure, se sono curiosa di approfondire la lettura di un qualsiasi autore trovo le sue opere in quarta di copertina, ma volendo scegliere in base al traduttore, la cosa è molto più complicata.

Infine, non ho mai visto scrittori in tournée accompagnati dai loro traduttori, nemmeno i big; ma questa potrebbe essere solo una casualità.

 

Ho una sconfinata ammirazione per i fisici (intesi come studiosi di fisica) per come capiscono come funziona, e per i traduttori. Per quel che vale, tornando indietro dedicherei alle lingue molto più tempo e proverei a farne la mia professione, ed è una considerazione che nasce molto prima delle disillusioni attuali.

Come i ghostwriters, i ricercatori, le comparse, i disegnatori, la maggior parte di quelli che stanno “dietro” a un grande successo editoriale, politico, musicale, teatrale, cinematografico, anche i traduttori lavorano nascosti.

A proposito del lavoro di tradurre mi sono sempre posta molte domande: per esempio come rendere il senso, come capire un testo, quanta autostima serva per essere un buon traduttore, quali e quanti dubbi lo attanaglino, come non farsi condizionare da successi e flop, come metterci del proprio senza farsi prendere da manie di grandezza. Perché credo che la tentazione, quando si lavora su scritti noiosi, ridondanti, inutili, non condivisibili, possa essere molto forte.

 

Questo libro ha risposto a molte delle mie domande, utilizzando un metodo interessante: 21 traduttori che parlano di sé in 19 brani in cui ci raccontano di una loro traduzione. In realtà ci parlano di libri, di emozioni, di incertezze, del lavoro a più mani. Finalmente “liberi di scrivere” scelgono la forma e le parole che preferiscono: la riflessione introspettiva, la confidenza, la pièce teatrale, la confessione, la nota a piè pagina.

Anna Rusconi: Tradurre è per me innanzitutto sinonimo di tempo. Di un tempo come ne rimane pochissimo nella vita di oggi: un tempo di passione ricco e dilatato che fa spazio al silenzio. Dentro a questo silenzio si accomodano emozioni e riflessione. Da emozioni e riflessione nascono le parole. In assenza di tempo e silenzio le parole non sono che rumore nel rumore. Sorta di meditazione quotidiana, tradurre mi aiuta a trovare un centro e un respiro, a discernere fra necessario e inutile. Mi restituisce pacatezza e senso delle cose.

Federica Aceto: Anche la traduzione è un po’ un gioco del telefono senza fili: il traduttore deve ascoltare il messaggio dell’autore e riportarlo –cambiato ma uguale- al lettore.

Denise Silvestri: Le mie prime stesure sono quasi imbarazzanti e il testo, nel mio caso, non ha solo bisogno di decantare, come il vino, ma deve sublimare, per poi tornare allo stato solido in forma completamente diversa.

Daniele A. Gewurz: Certi passaggi scorrono lisci come se le parole stesero uscendo spontaneamente dalla propria penna (…), mentre altre volte un vocabolo richiede ricerche, meditazioni, concentrazione. In genere la soluzione immediata consiste nel lasciare un segno convenzionale (…) e pensarci su con calma in un secondo momento, magari mentre si fa la spesa.

Anna Mioni: (il traduttore) È il camaleonte che si posa sopra un libro e ne assume il colore, cercando di non limare troppo l’alterità del testo.

Giuseppe Iacobacci: Da mesi mi ripeto: “È il libro perfetto per me, lo tradurrò benissimo” e: “Avrei dovuto rifiutare”. Spesso contemporaneamente.

Rossella Bernascone: Ho cominciato a leggerlo in treno, quella bella lettura che abbiamo noi traduttori quando apriamo il libro con cui passeremo un pezzo della nostra vita, quella lettura dove parte della mente è lettrice e parte già scrittrice, quella lettura che ricorda la respirazione circolare del flautista: entrano le immagini e già si creano nella mente le parole che andranno a ricrearle.

 

Mai più un post su un libro senza il nome del traduttore.

di arancioeblu, martedì, 09 dicembre 2008 alle 17:55 | link | commenti (7)
in: libri, arte, io

Tu me fais tourner la tête

Gaudi-House

Sto camminando sul lungomare di un paese sconosciuto, quando dal volto di un palazzo un uomo mi invita ad entrare.

Lo seguo, lui mi cinge il fianco con un braccio e mi accompagna in un borgo in cui tutte le case sembrano costruite da Gaudì e nell’aria risuonano le note di Mon manége à moi. I dialoghi fra me e l’uomo sono in francese

 È molto divertente, siamo consapevoli che sia un gioco, una forzatura, una cosa volutamente esagerata, ma è vissuta con lo spirito giusto e ci fa sentire leggeri; infatti il mio accompagnatore, vestito come un galantuomo, col cappello a tuba, ed io è come se camminassimo in assenza di gravità.

Mi accompagna in un salone allestito a festa, con in centro un gran tavolo pieno di bicchierini di liquore. Il cerimoniale prevede che ne beviamo mezzo ciascuno, lui promette che non mi dimenticherà mai e io sorrido divertita.

Usciamo e c’è un mercato all’aperto, tutto un susseguirsi di banchetti di fiori, profumi, trucchi, stole di seta, vestiti, scarpe, sandali, acconciature, sempre con quella musica in sottofondo.

 

Mi riaccompagna al punto di partenza, mi saluta col baciamano, rinnovando la promessa. Io gli dico Certo, fino alla prossima, lui sorride, mi sveglio.

di arancioeblu, lunedì, 18 agosto 2008 alle 11:21 | link | commenti (6)
in: musica, arte, luoghi, io , fra le braccia di morfeo